Il primo approccio

Ricordo come se fosse ieri il giorno in cui andai assieme ai miei genitori all’ospedale di Turro. Andammo a piedi. Le mie gambe non funzionavano, sembravano non reggere il peso del mio corpo scheletrico e pareva che da un momento all’altro dovessero cedere. Ma a mio papà non importava. Lui aveva deciso di fare il tragitto a piedi, consapevole, forse, delle mie condizioni di salute. Mia mamma era arrabbiata e continuava ad aggredire mio papà, perché lei si che era spaventata dal vedermi così debole, come una foglio di carta velina. Arrivammo all’ospedale: era la prima volta che ci misi piede per il problema che mi stava affliggendo ormai da mesi. All’interno ci accolse una dottoressa psichiatra che ci disse di aspettare. L’attesa era snervante ed inoltre per stare seduta, dovetti mettere sotto al sedere il giubbotto di mia mamma perché avevo troppo dolore al coccige ed il mio lo tenevo addosso perché avevo freddo, sempre freddo. Arrivó il nostro turno: entrammo io e mia mamma e spiegai alla dottoressa la mia situazione, che ormai non mangiavo più, che avevo paura del cibo, avevo paura di ingrassare. In lacrime mia mamma mi guardó. Successivamente la dottoressa mi fece spostare in un’altra stanza dove mi pesó e subito dopo io le chiesi: – quanto peso? – e lei mi guardó con una faccia davvero spaventata. Mi fece scendere dalla bilancia e tornammo nella stanza principale dove ci disse che la struttura lì a Turro non poteva prendermi in carico, dato il mio peso troppo basso e che avevo bisogno di un ricovero d’urgenza presso un’ospedale nelle mie vicinanze. Corremmo subito a casa. Prendemmo un pullman questa volta che ci portó alla metropolitana e non fecimo il tragitto a piedi come prima. Mia mamma era terrorizzata e consapevole che sarei potuta crollare da un momento all’altro. Il mio cuore chiedeva pietà. Arrivati a casa andammo all’ospedale più vicino e li mi ricoverarono in medicina generale. Ma fu solo l’inizio del peggio…